La strage di Capaci e l'età dell'innocenza
315
post-template-default,single,single-post,postid-315,single-format-standard,bridge-core-2.0.2,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode_grid_1300,hide_top_bar_on_mobile_header,qode-content-sidebar-responsive,qode-theme-ver-16.8,qode-theme-bridge,disabled_footer_bottom,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.2.0,vc_responsive

La strage di Capaci e l’età dell’innocenza

Il 23 maggio del 1992 ero una bambina, in un’età in cui si è ancora troppo piccoli per capire. Tuttavia, le immagini trasmesse il giorno della strage di Capaci al telegiornale sono rimaste impresse profondamente nella testa, e con loro anche l’ansia, lo stupore, la rabbia, la commozione.

Ero a tavola a pranzo con i miei genitori, che guardavano costernati la televisione. “Cosa è successo mamma?”, chiesi, allarmata dalle loro espressioni di ghiaccio. Mi ricordo che mi rispose con la voce che quasi tremava: “La mafia ha ucciso Giovanni Falcone, il giudice”.

Mafia. Giovanni Falcone. Ucciso.

Nella mia testa di bambina cercavo di creare un collegamento tra quelle parole che gravavano nell’aria. Quell’uomo baffuto, che spesso vedevo al telegiornale o sulle riviste che sfogliavo insieme a mia madre, quell’uomo non c’era più. Ucciso. Dalla Mafia. Perché? Cos’è questa “Mafia” che ha fatto saltare per aria un uomo per bene?

Il giorno dopo a scuola non fu un giorno come un altro. Le tre maestre della mia sezione decisero di riunirsi per cercare di spiegare a noi, una classe di 25 bambini di sette anni, qualcosa di difficile. Difficile da spiegare a un adulto, figuriamoci a un bambino. E, misurando una parola dietro l’altra, ci raccontarono che sulla strada per Capaci, in Sicilia, dei criminali avevano messo delle bombe e avevano fatto saltare in aria la macchina del giudice Falcone, uccidendo lui, la moglie e tre uomini della scorta.

Nei miei ricordi non ci sono le parole esatte di quella lezione, ma è ancora viva l’atmosfera che regnava in quella classe. Un silenzio sospeso, tipico di quando si trattiene il respiro, un’angoscia brulicante si muoveva sotto la pelle del nostro essere bambini. Ricordo che poi a fine lezione ci fecero fare un disegno su quello che avevamo capito della strage di Capaci. Il mio, ce l’ho ancora da qualche parte, era dominato da un fumo grigio e nero.

Ancora più nitido è il ricordo di quando, pochi mesi dopo, anche l’altro giudice, quello che spesso si accompagnava al giudice coi baffi, fu messo a tacere per sempre. Quel giorno, il 19 luglio, ero al paese dei nonni, al mare. Stavo tornando a casa dalla spiaggia con i miei genitori e passavamo davanti a una pizzeria, di quelle con la veranda aperta, i tavolini di fuori e un televisore acceso per allietare le serate estive con la partita o l’ultimo gioco a quiz. C’era tanta gente in piedi rivolta verso la tv e mio padre si avvicinò, incuriosito da quella folla insolita. Lo schermo trasmetteva le immagini del telegiornale.

Ricordo ancora  il ghiaccio nelle vene nel vedere l’espressione di mio padre, mentre si girava con gli occhi spalancati verso mia madre, gridando “Hanno ammazzato anche Borsellino!”. Sono quegli attimi in cui, anche se non hai l’età per capire il perché, avverti la gravità di quello che succede. Tutto finisce per rimbombare dentro e dilatarsi in un tempo indefinito, in un frullatore di domande in cui resta solo la realtà dei fatti.

Mafia. Giovanni Falcone. Paolo Borsellino. Uccisi.

Ero piccola, lo ripeto. Ma un brivido mi ripercorre la schiena quando ripenso a quei giorni. La rabbia, le lacrime vere, il profondo senso di ingiustizia arrivarono qualche anno dopo, quando finalmente riuscii a conoscere, ma soprattutto a capire, cosa era successo a quegli uomini giusti, lasciati soli dallo Stato e dalle stesse istituzioni che rappresentavano.

Uomini che hanno pagato con la loro stessa vita il sogno di un’Italia diversa, migliore, liberata dal cancro mafioso. Non sono una persona che ama troppo le ricorrenze, ma in questo caso è diverso. Ricordare quello che è successo è un obbligo morale e trarre insegnamento dalle loro vite è una sfida in cui tutti, nessuno escluso, siamo coinvolti. Dimenticare, no. Non si può. Per loro. Per noi.

No Comments

Post A Comment